Sempre più spesso i gruppi rock vengono inseriti in micro-categorie che continuano a restringersi, mentre i Dresden Dolls continuano a schivare qualsiasi possible classificazione e descrizione. Mentre qualcuno ha cercato di spiegare il loro genere chiamandolo rock teatrale, cabaret punk, manic-musical e perfino neo glam, alla fine anche il critico più fantasioso ha dovuto cedere all’evidenza dell’impossibilità di una definizione, dicendo: “l’unica cosa da fare è ascoltare per credere.”

I Dresden Dolls vivono immersi nella nostra cultura popolare, una cultura bi-fronte costruita su artifici che richiedono un’autenticità, impossessandosi del palcoscenico, strappando il sipario e bucando quel sottile velo di falsa cortesia che ci avvolge. I Dolls creano le proprie regole. Durante gli ultimi cinque anni, il duo ha inesorabilmente scalato le trincee artistiche nelle quali si sono visti rinchiudere proiettandosi nel mainstream del rock pur dettando i propri canoni. I Dolls si nutrono delle loro intrinseche contrapposizioni. Il background teatrale e new wave dell’autrice/cantante/pianista Amanda Palmer abbinato alle radici heavy metal del batterista Brian Viglione creano un miscuglio sonoro di rock inclassificabile. Mentre Palmer geme, Viglione schiamazza. E’ proprio questa dicotomia a fornire alla band le preziose qualità yin e yang che permettono loro di viaggiare attraverso lo spazio in un continuo incontro-scontro musicale, profondamente appassionante.

Dopo aver firmato agli inizi del 2004 un contratto con la Roadrunner Records, il gruppo ha riempito un impressionante calendario di impegni tra cui numerosissime date live che li hanno portati a suonare in quattro continenti come headliner e ad aprire gli show dei Nine Inch Nails (Trent Reznor li ha personalmente voluti dopo aver visto il loro video autoprodotto “Girl Anachronism”); hanno inoltre suonato nei più grandi festival del mondo compresi Coachella, Fuji Rock, Roskilde e Glastonbury, hanno scritto un musical per il prestigioso American Repertory Theater (la prima teatrale sarà nel 2007) e hanno pubblicato un innovativo ed apprezzato dvd live. Attualmente sono circondati da un enorme interesse – ed anche da una fitta fan-base che cresce esponenzialmente ad ogni loro concerto – grazie alla prossima pubblicazione di “Yes, Virginia” la nuova collezione di brani che vedranno la luce questa primavera.

Prodotto da Sean Slade e Paul Q. Kolderie (Radiohead, Pixies, Hole) e registrato nell’arco di svariate settimane presso gli Allaire Studios (una villa fin-de-siecle trasformata in studio di registrazione vicino alle montagne di Catskill, nella zona nord di New York), “Yes, Virginia” è stato confezionato utilizzando un tessuto in grado di dimostrare l’affilata alchimia della band, perfezionata dalle loro esperienze on the road con lo scopo di scavare nei meandri più nascosti del cuore umano, in quei luoghi lontani spesso considerati come tabù. Canzoni come “Sex Changes” e “Dirty Business” fulminano gli ascoltatori con un’incredibile potenza Marshall ed esplorano a fondo le patologie che portano alle crisi d’identità. “First Orgasm” e “Me & The Minibar” vedono la Palmer nuovamente da sola al piano, mentre dispiega con delicatezza le sue dolorose confessioni. Viglione riafferma la sua presenza all’interno del pantheon dei batteristi grazie alla stesura di pattern che fanno girare la testa e a motivi ritmati e furibondi come “Modern Moonlight” e “Necessary Evil.” Su “Mrs. O” una criptica ballata mid-tempo che discute il tentativo di riscrizione della storia più recente, Palmer indossa i rischiosi panni di un’anziana donna che nega l’esistenza dell’olocausto utilizzando le parole “There’s No Hitler and No Holocaust/No Winter and No Santa Claus/And Yes, Virginia, All Because/The Truth Won’t Save You Now…” (non esiste Hitler e non esiste l’olocausto/non c‘è inverno né Babbo Natale/e, sì, Virginia, il tutto perché la verità adesso non ti potrà più salvare…) Questa frase e lo stesso titolo dell’album fanno riferimento alla famosa lettera del New York Sun datata 1897 inviata dalla piccola Virginia O’Hanlon con lo scopo di chiarire l’esistenza di Babbo Natale. Gli ambigui tentativi della Palmer nel cercare le risposte alle domande impossibili che la vita ci pone – sia che si tratti di identità, solitudine o tecnologia – può avere un’eco oscura, ma proprio lì sotto si può trovare sempre un ottimismo di fondo e un senso della meraviglia quasi fanciullesco.

I Dolls non hanno affatto smarrrito il loro senso per l’assurdo, e l’umor nero di “Mandy Goes To Med School” vede la Palmer immaginare uno scenario in cui lei stessa e il suo batterista Viglione prendono serenamente parte ad una specie di gioco da bambini in cui fanno finta di essere degli abortisti da strapazzo. La traccia finale dell’album, il pastorale e positivissimo primo singolo “Sing”, racchiude in sé tutta la forza dell’album mentre Palmer annuncia con determinazione che “la vita non è cabaret/Ma noi vi invitiamo lo stesso”, sottolinenando così il serio tentativo dei Dolls di invitare chiunque alla loro festa pur mantenendo quell’individualità che ha permesso loro di divenire una realtà affermata piuttosto che una moda passeggera.

La partecipazione del pubblico ai loro progetti è una forma d’arte che i Dresden Dolls hanno nel tempo ben perfezionato: l’artwork per “Yes, Virginia” è stato selezionato da oltre 600 proposte di fans, pittori e designer di tutto il mondo. Ogni parte del booklet include immagini originali direttamente ispirate dalle canzoni. Nel libricino appare anche il lavoro di un giovane pittore newyorkese, Barnaby Whitfield, (come se fosse una specie di Andy Warhol mentre i Dolls fanno la parte dei Velvet Underground) in grado di creare splendide scene conturbanti riconducibili a quelle di espressionisti tedeschi degli anni ’30 come Otto Dix e Christian Schad.

Questo progetto è solamente una puntata all’interno delle continue collaborazioni artistiche fra il gruppo e i loro fan. Una marea di film amatoriali, numeri di varietà, sculture e animazioni completano le opere e i musical che si basano sulle canzoni della band creando così un dialogo costante tra i Dolls e il loro pubblico. Lo stesso spirito aleggia durante i live show, come provato dalla cosiddetta “Brigade”, lo spettacolo in cui i Dolls hanno collaborato con centinaia di altri artisti provenienti da troupe di teatro liceali fino ad affermati attori professionisti da circo tra cui anche i componenti del celebre circo Eloize di Montreal e la Vau de Vire Society di San Francisco.

Il disco di debutto che porta il loro stesso nome ha venduto e continua a vendere decisamente bene. Inizialmente è stato registrato sull’etichetta della Palmer, Eight Foot Records, nell’autunno del 2003 dopodiché è stato ri-registrato dal gruppo dopo la firma con la Roadrunner. La pubblicazione di due singoli assolutamente diversi l’uno dall’altro (il punk-maniacale di “Girl Anachronism” e il cabarettistico “Coin-Operated Boy” dal sapore agrodolce) hanno fatto in modo che il pubblico si attivasse per richiedere il passaggio dei diversi pezzi su molte radio americane: entrambe le canzoni hanno avuto così la possibilità di mostrarsi con due video decisamente ‘malati’ diretti e montati da Michael Pope. Lo spazio concesso da Internet e da MTV2 hanno garantito ai Dolls migliaia di ammiratori, grazie al loro stile innegabilmente innovativo (“Coin-Operated Boy” ha ricevuto anche una nomination ai MTVU Award).

I Dresden Dolls senza dubbio continueranno ad estendere la loro chiamata alle armi musicale in un mondo che, seppur mascherato da un falso illuminismo, continua in realtà ad essere cinico come non mai. L’intangibile follia, la rabbia e l’amore che attraversano questi due musicisti vengono irradiati sul loro pubblico creando un caloroso incontro di persone che in questi anni è diventato vieppiù inatteso all’interno del panorama musicale attuale. Forse occorre vedere per credere, ma anche allora è l’invisibile che rende magico questo gruppo.

SUPPORTER DEL CONCERTO :
THOMAS TRUAX – www.thomastruax.com

18 Ingresso Posto Unico

Dettagli

Data:
1 Giugno 2006
Categoria Evento:

Luogo

Rolling Stone
c.so 22 Marzo, 32 Milano